Le "Foibe" una pagina di storia nel ciclo pittorico di D'Antoni, spiegate dal critico Melinda Miceli Scrittrice.

Lo storico eccidio delle foibe iniziato nel '43 è una pagina di cronaca dai connotati tragici, a lungo sopravvissuta nell’oblio, solo negli ultimi anni rispolverata come epilogo della lotta per il predominio sull'Adriatico orientale tra le popolazioni slave e italiane. Proprio nelle “foibe” sono stati rinvenuti i cadaveri di centinaia di vittime per motivi etnici e politici, uccisi dai partigiani slavi dell’esercito di Tito durante la Seconda Guerra Mondiale e poco dopo la fine della guerra. Quel termine foibe che stava a indicare le grandi caverne carsiche presenti nel Friuli Venezia Giulia e nell’Istria, dopo il martirio e il dramma dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre, assume una nuova accezione storiografica. Con la legge 92 del 30 marzo 2004 si istituisce il Giorno del ricordo sull’evento macabro da tanti qualificato come olocausto italiano. La città di Messina celebra questa pagina di storia a Palazzo Zanca con l’omonima mostra FOIBE del maestro catanese Carmelo Fabio D’Antoni inaugurata dagli  Assessori alla Cultura Roberto Vincenzo Trimarchi e alle Politiche Giovanili Giuseppe Scattareggia  e  curata dal direttore artistico di Ars Magistris Alex Caminiti visitabile dall'11 febbraio al primo marzo. L’iniziativa è prevista nell'ambito delle attività promosse dagli assessorati comunali alla Cultura e allo Spettacolo per accendere i riflettori sulla memoria attraverso lo stile rieducativo dell’arte e il suo senso pacifista;  il passato riaffiora nell’arte di Fabio Carmelo D'Antoni che nelle sue tele mostra i soggetti freudiani più significativi di un lutto nazionale affinchè non cali mai più il sipario su questa vicenda storica ancora avvolta nel vago e da dibattere. Nove tele che raffigurano un ciclo pittorico, un poema della tragedia dove l’artista propone una visione intensamente drammatica dell’esistenza, a partire dalla nascita ovvero da Dio insidiato dal suo avversario malefico.  Tra i due estremi il bene e il male, si situano le allegorie delle Sibilla riflessiva, della bimba col gatto, con la duplice simbologia di Gesù cacciatore di anime e di simbolo di libertà come ritenuto nel Medioevo e quindi di riscatto dal male e dalle trappole del destino. Ancora un ritratto di bimba piangente con una ghirlanda di fiori in testa, immediato riflesso della sua purezza e dell’espiazione del male attraverso le lacrime che versa sui fiori simbolo di felicità dopo il trapasso della passione; una figura che richiama l’attenzione sulla paura psicologica della morte violenta e sulle ingiustizie perpetrate su vittime femminili e minori. L’inconsapevole riso della bambina col cappuccio bianco si contrappone all’allegoria della sofferenza, una donna dai capelli corvini dai cui occhi magnetici sgorgano le lacrime, in un linguaggio pittorico che parla di dolore attraverso uno sguardo pietrificato e immobilizzante che ricorda quello di Medusa nella consapevolezza di non essere immortale, una combinazione tra umano e bestiale tra le più terrifiche. Il suo potere mortale è nello sguardo, la sua arma fondamentale con una valenza  talismanica. Fissare questo volto significa perdersi, trasformarsi in pietra dura, opaca, esorcizzare il male storico dell’evento protagonista di questo simbolico ciclo di tele che spiega la genesi dell’ambivalente natura umana. All’allegoria della sofferenza si oppone la sfida dell’ultima enigmatica tela la quale ritrae un misterioso volto ieratico che mentre serenamente s’interroga, sembra sfidare la Sfinge nel suo ermetico tratteggio. Essa appare come la sintesi tra il mondo terrestre e il destino, con chiari riferimenti alla concezione dell’eterno ritorno di Nietzsche. La tela ricca di richiami simbolici tutti da decifrare, riporta sulla fronte il 3, simbolo della conciliazione per il suo valore unificante. Il 3 permette di uscire dall’antagonismo, valicando la visione parziale e riduttiva del dualismo. La sua espressione geometrica è il Triangolo, simbolo esemplare del ritorno del multiplo all’unità nell’alterità del molteplice. Questa complessa tela che sarà più avanti sede di ampia lettura critica, si risolve in un eterico contrasto di bianco e nero, riassume un ciclo pittorico con un’eccezionale dispiegamento di figure diverse che dalle tenebre, dalla paura alla morte assumono forma rotante, a conferma dell’intento simbolico dell’insieme.

Fabio Carmelo D'Antoni è il fondatore del Movimento stilnovistico, le sue tele sono sparse nei musei di tutt’Europa avendo scelto l’artista una carriera museale e severa. Ama con i suoi pennelli ritrarre soggetti di ampio spessore culturale come i 4 elementi, terra, aria, acqua, fuoco rappresentati magistralmente dalle sue muse pittoriche cui lui rende omaggio e tributo con il suo movimento pittorico il cui fine è quello di restituire dignità e virtù alla figura femminile che è ispirazione di onore, estro,  forza e coraggio nei conflitti esistenziali e nelle battaglie della vita.

Anche in quest’occasione lo scenario di orrori confinato nell’oblio viene trasfuso in una metaforica epopea pittorica dove il superamento sta in quella contemplazione della donna bionda dai tratti del volto di un essere celeste che effigiata su una grande tela con chiaroscuri e luci caravaggesche racchiude in se la consapevolezza e il dolore mentre cerca e osserva in se stessa il divino, il se superiore, in un viaggio tra storia e memoria sui sentieri di quella libertà espressiva che permette la pittura indottrinata di Fabio Carmelo D’Antoni.

 

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