Maurits Cornelis Escher, sentì il richiamo dell’arte fin da giovanissimo, nacque a Leeuwarden nel giugno del 1898, figlio di un ingegnere idraulico. Dal 1912 al 1918, frequentò la scuola secondaria,  bravissimo in disegno ma i voti nelle altre materie sono talmente bassi che fu bocciato  e dovette   ripetere la seconda classe. 

Lui stesso in un’intervista alla fine degli anni ’60 dichiarò che aveva molte difficoltà in aritmetica e algebra perché gli era incomprensibile l’astrazione di numeri e lettere. Però raccontò anche che in seguito la sua immaginazione fu attratta dalla geometria solida e che le cose andarono molto meglio, ma a scuola, affermò: “non riuscii mai ad avere buoni risultati in queste discipline, (aritmetica e algebra). Ma il percorso della nostra vita può prendere strane svolte”. Eppure il grande fisico e matematico Roger Penrose amico di Escher scriverà "Non crediate affatto a quello che Escher racconta sulla sua ignoranza matematica. Forse non aveva dei buoni voti o, più probabile, non aveva avuto un buon rapporto con i professori. Ma una conoscenza molto chiara e approfondita della matematica e della geometria ce le aveva eccome. D'altra parte questo è evidentissimo nei suoi disegni".  Forse Escher fu “vittima” di un annoso problema: certe scuole o alcuni insegnanti non portano lo studente ad amare la matematica e a scoprirne la bellezza. 

Dal 1919, frequentò la Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem; studiò architettura, ma fu una parentesi perché passò alle arti decorative, conobbe il maestro Jessurum de Mesquita che lo avvicinò all'arte grafica, facendogli scoprire la sua vera strada. Aveva 24 anni e i suoi genitori, preoccupati per lo stato di isolamento e depressione in cui Maurits era sprofondato, sollecitati anche dai medici, lo convinsero ad accompagnarli per un viaggio in Italia nella speranza che il clima e il paesaggio italiani potessero essere una vera e propria panacea. 

Visitarono FirenzeSan GimignanoVolterraSiena, RavelloCastrovalva. In seguito visitò anche la Spagna dove fu suggestionato dagli arabeschi che adornano il trecentesco palazzo moresco dall'Alhambra di Granada.  

E nell’Italia dei paradossi dove molte sono le cose che non vanno e altrettante quelle che devono essere cambiate, Maurits o Mauk, come venne soprannominano, trovò il perno su cui far leva e cambiare tutta la sua vita, guarì e tornò più volte. A Ravello conobbe una ragazza svizzera Jetta Umiker, che sposò a Viareggio nel 1924. Si stabilirono a Roma nel quartiere di Monteverde Vecchio, vi restarono fino al 1934, in quelli che egli stesso definirà «gli anni migliori della mia vita»; nel 1926 nasce il figlio George e nel 1930 il secondo figlio Arthur. Nel 1935 col clima fascista avverso alle persone straniere presenti in Italia si trasferisce con la famiglia in Svizzera dove resta per due anni, successivamente si stabilisce in Belgio, a Ukkel,. Con la seconda guerra mondiale è costretto a spostarsi con la moglie e nel gennaio 1941, a Baarn, nei Paesi Bassi, dove vive fino al 1970. 

Le sue  opere sono la voce il canto della sua filosofia estetica Racconta il figlio che la progettazione delle opere richiedeva mesi, talvolta anni. Si chiudeva nel suo studio, continua, e accadeva che nei giorni di festa lo sprangasse per non essere disturbato. Poi quando il bozzetto era pronto ne discuteva con noi della famiglia e ne condivideva  gli aspetti della metamorfosi delle figure. Ma la sensazione forte e coinvolgente era quando l’idea diveniva forma; allora si chiudeva ancora nello studio per incidere il bozzetto nelle matrici, o per disegnarlo nella pietra litografica. Fischiettava e si sentiva o il rumore dei bulini che usava per incidere tavole di bosso o il freddo suono delle lastre di rame che usava per le mezzetinte. Possiamo immaginare l’inconfondibile profumo delle essenze degli inchiostri per la calcografia e gli ingranaggi del torchio che ritmavano il tempo della genesi dell’opera. Escher è il padre di una metafisica matematica, ma è stato anche un uomo che nell’arte trova l’esperienza ineffabile dove far confluire il suo universo che altrimenti sarebbe rimasto sconosciuto e quindi nemico oscuro. Le 150 opere esposte nelle maestose sale del chiostro del Bramante a Roma sono l’esplicazione empirica dell’anima di questo artista che nelle metamorfosi delle sue figure, nelle architetture impossibili trovò risposta ai paradossi della sua epoca che è poi la nostra.

Escher ci insegna a guardare la natura e le cose in maniera diversa come una sorta di filastrocca o racconto; le sue opere inducono ad osservare la natura in un altro modo, con un punto di vista diverso, tale da far emergere in filigrana quella bellezza della regolarità geometrica che talora diviene magia e gioco.

Non è un caso che la spinta verso il meraviglioso e l’inconsueto sia nata nella mente e nel cuore di Escher grazie allo stupore che provava per le bellezze del paesaggio italiano, dalla campagna senese al mare di Tropea, dai declivi scoscesi di Castrovalva ai monti antropomorfi di Pentadattilo. Su questi paesaggi si allungava il suo sguardo che scorgeva la regolarità dei volumi, la dimensione inaspettata degli spazi, la profondità storica delle città e dei borghi. Fu la dimestichezza con questi luoghi, così diversi dalla dolcezza orizzontale della sua Olanda, a porsi alla radice di un percorso artistico che s’avventurò negli spiazzi sconfinati della geometria e della cristallografia, divenendo terra fertile per giochi intellettuali dove la fantasia regnava sovrana. 
Così, quando lasciata definitivamente l’Italia Escher giunse a Cordova e all’Alhambra nel 1936, il gioco di tassellature - l’elemento di attrazione dell’apparato decorativo di quei monumenti moreschi - fu causa scatenante di un ulteriore processo creativo che coincise con il riemergere della cultura art nouveau della sua formazione artistica. 

Lo sguardo di Escher,  ha preso le mosse dall’osservazione diretta e puntuale della natura, sull’onda del fascino che esercitò su di lui il paesaggio italiano. Così, gli occhi del grande artista si sono posati tanto sulle meraviglie offerte dagli scorci del nostro paese, quanto sulle piccole cose, dai soffioni agli scarabei, dalle foglie alle cavallette, ai ramarri, ai cristalli che egli osservava come straordinarie architetture naturali.
le opere di Escher  raccontano la compenetrazione di mondi simultanei, il continuo passaggio tra oggetti tridimensionali e bidimensionali, ma anche le ricerche della Gestalt - la corrente sulla psicologia della forma incentrata sui temi della percezione -, le implicazioni matematiche e geometriche della sua arte, le leggi della percezione visiva e l’eco della sua opera nella società del tempo.

                                                        
Prof. Alberto D’Atanasio
                                            Docente M.I.U.R. di Storia dell’arte
                                                  Estetica dei Linguaggi Visivi , Teoria della percezione e 
                                           Psicologia della forma. 
Responsabile delle analisi sulle opere d’arte 
                                                                        per la Pegasus Catalogazione Beni Culturali 

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