L'immagine, sosteneva il mistico renano Meister Eckart, è una porta che l'anima proietta fuori di sé per poi varcarla e viaggiare oltre quella soglia verso un nuovo livello di significato e consapevolezza, poiché l’immagine simbolica permette l’intuizione di ciò che per il linguaggio razionale è arduo esprimere e perfino pensare con chiarezza, non perché irrazionale - contrario alla ragione - ma perché sovrarazionale. 

Il linguaggio simbolico attiva una funzione diversa della mente umana, l’immaginazione visionaria, librando lo spirito di là dall’immediatezza visibile alla visione del trascendente;   non espressione di fantasia dunque, ma di fede nell’esistenza in una realtà che ci sovrasta e che non può essere irreggimentata nelle categorie della ragione, in una parola: il Mistero. 

Già Platone conosceva questa funzione dell’immaginazione cui assegnava la valenza religiosa di apertura d’orizzonti e di potere di “visioni”. E’ scritto nel Fedone che non dobbiamo pensare che le cose siano letteralmente come il linguaggio simbolico del mito afferma, ma che esso alluda a qualcosa di simile “possiamo arrischiarci a crederlo, perché il rischio è bello!”. Insomma, l’uomo non è trasparente a se stesso e ha bisogno di strumenti che lo aiutino a decifrare l’enigma del suo venire all’esistenza; questa la funzione dei simboli e questa la carta d’identità della specie homo sapiens sapiens che è homo religiosus ovvero symbolicus e creatore, artista, poeta, filosofo.

 L’uomo, in quanto uomo, è sempre ricorso al simbolo, universalmente il linguaggio del sacro. Il simbolo è lo stupore, è risveglio del pensiero, è la visione che desta la coscienza, ma una coscienza radicata in una peculiare conformazione corporea che permette di raffigurare e esprimere esteriormente ciò che la mente coglie e che l’interiorità vede e sente. Con la sua corporeità specifica, l'uomo dà voce alla natura che lo penetra attraverso i sensi e che egli restituisce trasfigurata attraverso il filtro dell’interiorità nella rappresentazione, grazie all’unione intellettuale di idealità e motilità, di fonazione e grafia.  

     "L'uomo è il più intelligente degli animali in virtù del possesso delle mani", affermò Anassagora di Clazomene nel V secolo a. C. Quando l'uomo conquistò la posizione eretta, le sue mani si liberarono: la mano poté realizzare il progetto che l'immaginazione vede. Per questo essa è l’organo del discernimento, sceglie la pietra, il colore, ne cambia la forma. E’ collegata al cervello, è segno dell’invisibile e serve l’invisibile rendendolo visibile; in questo caso, l’attività muscolare non è controllata da schemi fissi di stimolo-risposta, bensì da una forma liberamente immaginata. L’uomo gode di una libertà corporea, di controllo e guida del corpo nel corso dell’esecuzione, senza la quale l’immaginazione non potrebbe progredire a rappresentazione. 

    La mobilità della testa, grazie alle vertebre cervicali, gli permise di contemplare la volta celeste, di intuire il mistero della Trascendenza e prendere coscienza della sua posizione nell'Universo, della sua verticalità, simbolo essa stessa della mediazione tra cielo e terra, la stessa degli alberi, degli obelischi, delle piramidi, delle torri, delle cattedrali gotiche e dei grattacieli. Una luce lo staccò dall’australopiteco, e icona cinematografica di questo salto evolutivo, tra le più suggestive al riguardo, è il monolite del capolavoro di Stanley (Kubrik  “2001 Odissea nello spazio”. 

     Testimonianze specifiche e identitarie dell’humanum universalmente riconosciute sono l’attrezzo, l’immagine e la tomba, artefatti che testimoniano la portata di caratteristiche fisiche esteriori quali la maggiore massa cerebrale, la mano, l’andatura eretta, sia del polo interiore della ragione che della fantasia. Ma, come ha icasticamente affermato il filosofo Hans Jonas, in Homo Pictor: della libertà del raffigurare, uno dei suoi saggi più penetranti, “basterebbe il più rozzo e infantile dei disegni, delle linee su una parete, per esser certi del fatto che chi li ha disegnati è potenzialmente capace di parlare, pensare, inventare, che è, in ultima analisi, un essere simbolico”, quanto la perfezione degli affreschi di Altamira e la sublime arte di Michelangelo. 

 

Valentina Orlando, Dott.ssa in Filosofia e Scienze umane, Docente di Filosofia, Storia, Psicologia e Scienze dell’educazione, Saggista e Scrittrice,  direttrice della sezione Letteratura di Ars Magistris.

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