L’uomo, non solo è capace di cogliere le immagini delle cose – astraendo e estraendo la forma della cosa dalla materia, al di là di tutte le possibili trasformazioni e modi di apparire, quali grandezza, illuminazione, prospettiva -, la sua struttura corporea e sensoriale gli permette di raffigurarle, o meglio, è la capacità di raffigurare grazie al controllo della motilità che presuppone la capacità di cogliere l’immagine, e queste due insieme ci parlano dell’essenza dell’uomo, o per dirla in termini aristotelici, della sua differentia specifica. Ciò che rende quest’ultima significativa è l’inutilità biologica di ogni mera rappresentazione (l’attrezzo potrebbe essere ancora associato alle esigenze biologiche); la produzione di immagini, infatti, non trasforma immediatamente l’ambiente, né la condizione dell’organismo, ma rappresenta un nuovo modo, non pratico, di appropriazione degli oggetti: un essere che crea immagini indulge alla produzione di cose inutili, ha degli scopi al di là di quello biologico, o può perseguire questi ultimi anche in un modo diverso.  

                   La prima linea tirata intenzionalmente sulla parete della caverna manifesta dunque la dimensione della libertà del raffigurare: l’uomo è colui “che domina le immagini delle cose”, da cui consegue – dal momento che ha staccato le immagini dalla sensazione attuale proveniente dall’incontro effettivo con l’oggetto, ora superfluo – che possa anche variare l’immagine grazie alla capacità di invenzione, creando anche cose mai esistite prima: abbiamo qui in nuce il dominio tecnologico di homo faber, perché, laddove ci s’imbatta in rappresentazioni figurative, indipendentemente dalla loro perfezione, possiamo dunque esser certi che vi siano «degli esseri che posseggono la libertà spirituale e fisica che chiamiamo umana, che danno alle cose anche dei nomi»,che, a partire dalla disponibilità dell’imago, abbiano la possibilità di comunicare, di astrarre e che ciò progredisca in «astrazione di forma geometrica e concetto razionale; e che quel controllo fisico che si mostra nella loro produzione, unito a quell’astrazione, può prima o poi condurre alla tecnologia». 

Il dominio della forma o dell’immagine consiste nel suo poter esser ricordata e trasposta dall’immaginazione interna in immagine esterna e, una volta esteriorizzata, l’immagine, non più in balìa del flusso del tempo, né dell’Io: l’immagine è divenuta comunicabile, ed è possesso comune di tutti coloro che la guardano. E’ questa capacità che ha reso possibile una comunicazione, per quanto a volte criptica, tra uomini separati tra loro da migliaia di anni, e che ci fa sentire vicini ai nostri antenati nel gesto ancestrale che i bambini ripetono spontaneamente su fogli di carte: le impronte delle mani sulle pareti rocciose  realizzate dai nostri progenitori sia in positivo (impregnando le mani di colore) sia in negativo (poggiando il palmo sulla roccia e dipingendo lo sfondo) sono, in fondo, così simili.

Homo sapiens sapiens poté divenire creatore, nel bene e nel male, o cocreatore per chi creda nell’esistenza di un’Intelligenza divina creatrice, il Primo Artista, che ci ha chiamati all’essere per condividere la gioia del creare, e io credo sia questa la fonte sacra e primigenia dell’arte; l’uomo poté possedere la realtà e se stesso attraverso la mediazione dell’immagine, dell’idea, e coltivare il sogno di plasmare la realtà e se stesso inseguendo le proprie visioni, le proprie immagini, nel legame indissolubile di creazione e distruzione,aprendo persino il varco all’opzione per il nulla, giacché egli è anche dotato del    potere di distruggere e possedere se stesso al punto di rifiutare il sue stesso essere. Più di ogni altro vivente sospeso tra essere e non essere, il solo a sapere di dover morire,ebbe l’ardire di sconfessare finanche l’evidenza della morte edificando ovunque tombe e monumenti funerari: fu la più chiara testimonianza della sua fede nella vita e nell’idea che la morte sia solo un passaggio da un modo di esistere ad un altro; ma l’uomo.

  L’uomo è colui che posa il suo sguardo pieno di meraviglia – da cui nasce, secondo Aristotele, il desiderio di conoscenza – sul mondo, ma esso si dilatò immensamente quando fu posato sull’unica immagine che non può essere dipinta, se non in modo infinitamente multiforme: la propria interiorità.  In piedi, tra cielo e terra,  lo sguardo poté contemplare e perdersi nell’orizzonte lontano, la mente concepire l’idea di infinità che divenne anelito, sogno, aspirazione, ispirazione.ì e senso di infinito del proprio sé. E’ questo che, dal primo segno tracciato sulla parete fino ad oggi, gli artisti –  navigatori avventurosi le cui imprese permangono e si tramandano nel tempo – continuano a fare. Seguiteci,  viaggiatori, esploratori e Argonauti di tutti i tempi.

Valentina Orlando, Dott.ssa in Filosofia e Scienze umane, Docente di Filosofia, Storia, Psicologia e Scienze dell’educazione, Saggista e Scrittrice,  direttrice della sezione Letteratura di Ars Magistris.

Bibliografia

BAUDELAIRE, C., I fiori del male, Fabbri editori, 1986.

JONAS, H., Homo Pictor: della libertà del raffigurare, in Organismo e libertà, Einaudi, 1999.

ORLANDO, V., Contro il principio Gnostico. La libertà del vivente in Hans Jonas, Aracne Editrice S.r.l.  2014.

ORLANDO, V., Il mistero del tempo: il cerchio e la croce, in Apocalisse e Apocatastasi. Gli artisti i nuovi profeti? curata dal Prof. Alberto D’Atanasio Speedy Print Edizioni, 2013.

PLATONE, Fedone, Rusconi 1997.

RICOEUR,P., Il simbolo dà a pensare,Morcelliana,2002.

RIES J., Simbolo. Le costanti del sacro, Jaka Book 2008.

 

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