Viaggiatori, esploratori, Argonauti di tutti i tempi, come promesso iniziamo il nostro viaggio di soglia in soglia, di varco in varco, ovvero di simbolo in simbolo, verso nuovi livelli di conoscenza e consapevolezza. 

 Come ho affermato negli scritti iniziali del blog, che sono in fondo il Manifesto della mia Rubrica, “Il mondo è una selva di simboli che l’uomo attraversa”, ma qui aggiungo che anche l’uomo è attraversato da simboli, talora abitato, come accade nella vita onirica e in quella creativa. Mircea Eliade ha sostenuto che la poesia lirica sia uno sviluppo, o meglio un’evoluzione dello Sciamanesimo: 

“le avventure dello sciamano nell’altro mondo, le prove che subisce nelle sue discese estatiche agli Inferi e nelle sue ascensioni celesti, ricordano le avventure dei personaggi dei racconti popolari e degli eroi della letteratura epica. E assai probabile che un gran numero di  soggetti o di motivi epici […] siano in ultima analisi d’origine estatica, nel senso che sono stati tratti dai racconti degli sciamani narranti i loro viaggi e le loro avventure nei mondi sovrumani. E’ egualmente probabile che l’euforia pre-estatica abbia costituito una delle fonti del lirismo universale. Quando prepara la transe, lo sciamano batte il tamburo, chiama i suoi spiriti ausiliari, parla un ‘linguaggio segreto ’ o un ‘linguaggio degli animali’, imitando il verso degli animali e soprattutto il canto degli uccelli. Egli finisce per ottenere un ‘secondo stato’ che mette in moto la creazione linguistica e i ritmi della poesia lirica. Ancor oggi la creazione poetica resta un atto di perfetta libertà spirituale.

 

La poesia rifà e amplia il linguaggio, ogni linguaggio poetico comincia con l’essere un linguaggio segreto […] L’atto poetico più puro si sforza di ricreare il linguaggio sulla base di un’esperienza interiore che, in ciò simile all’estasi o all’ispirazione religiosa dei “primitivi”, rivela il fondo stesso delle cose.  […]

 

La seduta sciamanica apre le porte di un mondo favoloso in cui “tutto sembra possibile […]Non solo i miracoli sciamanici confermano e rafforzano le strutture della religione tradizionale, ma stimolano e nutrono anche l’immaginazione, fan sparire le barriere tra il sogno e la realtà immediata, aprono finestre sul mondo abitato dagli dei, dai morti, dagli spiriti”

 

Questa riflessione sulle fonti estatiche della poesia epica e del lirismo di Mircea Eliade, letta in un pomeriggio che sembrava un pomeriggio qualunque, ha reso quest’ultimo indelebile nella mia memoria: una rivelazione improvvisa che mi ha aiutato a comprendere quella sensazione di pancia che sento quando arriva una poesia o sto per accingermi a cantare. 

La mia poesia Pegaso, che apre Visioni in volo, è quella che meglio rappresenta tutto questo. Ed è per questo che voglio iniziare dal simbolismo evocato da Pegaso, strettamente collegato a ciò che per me rappresenta la scrittura. 

La scrittura è un atto magico, lo penso fin da bambina, un atto che oggi definisco  “demiurgico”: come il Demiurgo del Timeo di Platone, l’intelligenza ordinatrice imprime bellezza di forma e armonia al Caos, così lo scrivere al principio, per me, è stato un mettere ordine al caos interiore, dare nome alle emozioni, ai sentimenti, non tangibili, ma talmente reali da determinare stato esistenziale e azione. Il senso di magia, tuttavia, è rimasto vivido, nonostante il potenziamento della mia parte razionale dovuto alla familiarità con la filosofia. 

Scrissi Pegaso nell’attimo benedetto in cui un varco s’apre e giunge Poesia. Scoprii dopo, con stupore, che Pegaso è il simbolo dell’ispirazione poetica, l’ispirazione che mi venne dal ricordo dell’eruzione dello Stromboli in una notte di Agosto, dopo l’ascesa faticosa che feci accarezzata dalla benevola e misteriosa luce della luna piena per vedere lo spettacolo suggestivo dell’eruzione notturna, mentre le mie narici si riempivano dell’odore di mare, di cenere e aromi notturni di erbe seccate al sole, una mistura inebriante che mi si è impressa nella memoria dei sensi. Dopo anni, quella fatica immersa nella bellezza intensa e forte della Sicilia, mi portò questo dono.

 

Posso ora dire, nella consapevolezza che portano la riflessione e il distacco temporale, che Pegaso è una delle mie poesie-manifesto giacché essa fu in verità l’invocazione con la quale richiamavo la funzione poetica della mente, affinché, nell’accingermi alla sistemazione di Visioni in Volo, potessi attingere a quei contenuti profondi da plasmare, così come si fa nella mia terra con la lava. Ecco che Pegaso apriva Visioni in Volo. 

Le sue immagini sono terrene e celesti come l’uomo che ama la sua dimora ma al suo sopraggiungere sa anche volare sulle ali di Pegaso, sulle ali dell’ispirazione. C’è una vita che circola in noi, un magma incandescente, sostanza primordiale da plasmare  sulla quale prima o poi dobbiamo affacciarci, magari dopo un’ascesa faticosa: ciò che ci attende è lo spettacolo generoso e misterioso della bocca di un vulcano che erutta nel buio della notte. Questo “magma” è la sorgente della nostra vita interiore, il sancta sanctorum inviolabile e più intimo del nostro essere al centro del quale arde un fuoco sacro che ne alimenta tutte le altre dimensioni e che è vitale custodire come Vestali affinché non si estingua. Eppure passiamo la vita a trascurare questi luoghi, perché il sentiero che ivi conduce è impervio, oppure attraversa luoghi inospitali, ferite, paure, nodi ingarbugliati, fantasmi che la nostra mente proietta, mostri, draghi contro cui combattere, ma la musica, la musica interiore risuona e non ci lascia in pace mutandosi in dissonanza finché non ascoltiamo, finché non smettiamo di esser spettatori della nostra esistenza, o di recitare un copione scritto da altri. Quanto più indossiamo delle maschere e trascuriamo di frequentare i luoghi apparentemente inospitali dell’autenticità, tanto più le loro risonanze ci raggiungono nei sogni, nutrono l'attività onirica, come voci di spiriti lontani che nella notte sussurrano all’orecchio di partire, mentre noi dormiamo e la nostra mente, per non turbarsi,  riveste i loro messaggi di simboli da decifrare. 

Questo “attività vulcanica" può stare in quiete per lungo tempo e poi d’improvviso iniziare a eruttare risalendo dal fondo dei crocicchi bui e illuminanti dell’esistenza, quelli che ci pongono sul crinale della scelta, sospesi in uno stato liminale. La visione di quel magma può atterrire, affascinare, meravigliare e al contempo fecondare la terra a valle. Credo che ogni essere umano dovrebbe partire alla cerca di una sentiero che conduca a contattare questo sacro circolo della creatività, della scoperta di quel sé che è la fonte primigenia, autentica dell'arte e della sapienza in tutte le sue forme, un potere enorme cui raramente attingiamo, ciò cui esortavano un tempo i riti iniziatici comuni a tutta l'umanità.

Scrivo da sempre, ma il mio rapporto con la scrittura ed il canto - e gli antichi erano consapevoli del potere evocativo e catartico del canto e della poesia, che in origine erano uno -  si è intensificato in un momento della mia esistenza in cui il fuoco sacro stava per spegnersi perché alcune forze, sia interiori che esteriori e a me contrarie, mi spingevano in direzione contraria rispetto alla mia natura e a ciò che ad essa è stato dato in dotazione. 

Alle volte ho l’impressione che stare nell’esistenza sia come percorrere un labirinto: non possiamo tornare all’entrata, inutile cercarla, possiamo solo andare avanti assumendoci il rischio di perderci; può accadere di vagare in andirivieni apparentemente insensati che hanno la forma di “ghirigori”, a prima vista di scarabocchi, per tornare magari a ciò che sapevamo quando eravamo bambini, ripescarlo, ripensarlo, perché nel cammino si sono aggiunte tante cose che non ci appartengono veramente. Ecco che il cammino attraverso la scrittura diventa, per me, spoliazione, liberazione da ciò che sta tra me e la mia essenza, la mia vocazione, tra il vitale e il superfluo, tra il fuoco e il suo estinguersi. Essa è quel rituale che mi dà la forza di lasciare inabissare sul fondo del mare ciò che va lasciato andare, poiché consuma l’energia vitale come un parassita; siamo spesso noi a nutrire il parassita, al punto di preferire un morboso crogiolarsi nel malessere solo perché ci è più familiare, perché l’ignoto, il mare aperto, fa paura, perché abbiamo timore persino della nostra luce, del nostro potere, sì perché assumerci la responsabilità dei nostri doni e il compito della generazione di noi stessi, coi nuovi orizzonti che si stagliano aperti allo sguardo ripulito da ombre, non è cosa da poco: ci vuole la forza di ignorare il canto delle sirene, il  brusio di sottofondo che avevamo lasciato alla partenza, ci vuole il coraggio di voltar le spalle agli alibi e togliere loro ogni forma di nutrimento. 

Per me è questo l’incantamento dello scrivere e del cantare, un rituale di purificazione e di liberazione continua che mi permette di lasciare il vecchio stato di coscienza e operare la mia muta come il serpente cambia la propria pelle: lascio le maschere e un po’ muoio a me stessa. 

La vita è fatta di stadi di consapevolezza, ogni passaggio è morte di qualcosa di noi e nascita di qualcosa di nuovo; forse l’esistenza è progressiva spoliazione di maschera  in maschera verso l’essere sempre più ciò che siamo nella nostra nudità, senza paura. Passiamo dunque per il bianco della purificazione, per il rosso del fuoco che brucia le scorie di ciò che non ci appartiene più, verso il blu, il colore del mare, e dello spirito; ma per oltrepassare tutti gli stadi, di soglia in soglia, non possiamo evitare il confronto con il nero di noi stessi, la materia grezza che reclama la forma. Il nero, junghianamente “l’Ombra”, non è semplicemente il negativo, lo diviene se rimane inesplorato, è ciò che non conosciamo ancora di noi, è ciò che rimane nascosto e ben protetto dietro la maschera, il prosopon, ossia il ruolo convenzionale sociale che rappresenta solamente una parte di noi, una sorta di armatura indispensabile per la sua funzione adattiva e difensiva, ma ciononostante la superficie di noi, non l’intera personalità. Un rischio che si corre è quello di finire per identificarci con la “persona” intesa in questo senso, un’entità a una dimensione”. Quando sento il miasma malsano di questo rischio alitarmi addosso invoco il mio Pegaso – non è forse un caso che nella mia cameretta di ragazza avevo appeso un quadretto che lo raffigurava e che ora è nel mio studio, dovevamo ancora far conoscenza o forse ci frequentavamo nella città sommersa dei sogni senza che ne fossi consapevole - gli chiedo allora di “portami come l’arcano e l’onda”, di insegnarmi l’arte di contemplare e ascoltare il mistero inesauribile dell’essere e dell’esistere, sostenerne la musica potente che chiama ogni essere, giacché io credo ancora che l’esistenza sia vocazione: siamo chiamati a cavalcare l’onda dell’esistenza dalla quale dobbiamo imparare a farci portare abbandonando l’illusione di poter controllare tutto.

Non mi sento né una mistica, né un’artista, ma una pellegrina che ha imparato che la sordità alle dissonanze è Quella parte anziché censurata va ascoltata perché ldirettamente proporzionale alla paura della vita, un’ esploratrice che cerca una via verso la consapevolezza della multidimensionalità dell’essere umano: la mia isola, il mio spazio sacro è quel luogo dove poter essere ciò sono senza soccombere ai condizionamenti, alle maschere che mi vogliono appiccicare addosso quelle forze che mirano solamente a espropriarci della nostra unicità, giacché la salvezza è nella totalità di noi stessi, e mai nella censura di una parte di noi.  Ora, la voce del mistero è come un mare che non mostra il fondo, ha un linguaggio tutto suo, può apparire anche caotico e contraddittorio perché parla per simboli, coi quali solamente si può alludere alla coincidentia oppositorum che più ci assomiglia del principio di non contraddizione, e allora bisogna imparare a decifrare questo linguaggio arcano,  canalizzare quel magma, così che l’esplosione del potere che ci è stato dato in dotazione non oscuri nel cielo le stelle: è il lavoro di una vita, è il compito dei compiti, è l’Opus magnum e non è che il potere specifico dell’humanum, il potere di dare i nomi alle cose, di trasfigurare anche il negativo, è il potere di imprimere forma, senso e significato, fisionomia a ciò che, finché ha contorni indefiniti, può dominarci, ma che se trasformato può essere forza propulsiva. E allora ecco che il caos diviene armonia e noi diventiamo allora sciamani di noi stessi. 

Lo sciamano è colui che ha la capacità di viaggiare nei mondi soprannaturali e di vedere dove si è smarrita l’anima: mi è sembrata, questa, un’immagine efficace per descrivere l’idea della poesia come recupero dell’anima, ma come ci insegnano i più grandi mistici, prima dell’ascesa, prima di raggiungere quella dimensione esistenziale che definisco “il volo” - uno stadio d’esistenza capace di trasfigurare anche il negativo, oltre che di celebrare la bellezza -, è necessario discendere nella profondità in noi stessi.  Ecco perché il mio Pegaso, in realtà simbolo di ascesa, dell’ispirazione del poeta, dapprima l’ho fatto discendere, perché la poesia è la messaggera che unisce le altezze divine del cielo e le profondità della terra. 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Eliade, M., Lo Sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, ed. Mediterranee 2005

Orlando, V. Visioni in volo, Ed. LuoghInteriori 2015.

http://www.sovera.it/catalogo/visioni-in-volo/

 

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