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IN VIAGGIO CON ARGONAUTI ALLA SCOPERTA DELL’UOMO SIMBOLICO di Valentina Orlando

Diconteateam

Mar 5, 2019

IN VIAGGIO CON ARGONAUTI ALLA SCOPERTA DELL’UOMO SIMBOLICO
di Valentina Orlando

La Natura è un tempio dove colonne viventi 
talvolta lasciano uscire confuse parole; 
l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli 
che l’osservano con sguardi familiari. 
Come lunghi echi che si confondono in lontananza, 
in una cupa e profonda unità, 
vasta come l’oscurità e come la luce, 
profumi, colori e suoni si rispondono. 
 […]

(Correspondences, Charles Baudelaire)
Il mondo è una selva di simboli che l’uomo attraversa. Vi sono simboli cosmici, simboli tratti dai fenomeni atmosferici e dai fenomeni fisici, come il suono e il colore; altri traggono la loro fisionomia dal corpo e dal mondo, sono radicati nel mondo vegetale, animale e spirituale. Presso i Greci symbolon designava un oggetto tagliato in due parti che venivano conservate da due persone diverse, per potersi un giorno riconoscere: identità, testimonianza, pegno, alleanza. Sorgente e pienezza di senso in forma di enigma, il simbolo resiste ad ogni esegesi che pretenda di essere esaustiva. E’irriducibile. “Il simbolo dà a pensare” , ma un pensare di più e oltre, un pensare l’altrove.
Come Argonauti e esploratori dell’ignoto - da una delle più affascinanti narrazioni appartenenti alla mitologia greca - accettiamo dunque la sfida lanciataci dai simboli a “pensare altrimenti”, salpiamo all’avventura per questo mare sterminato che è l’universo simbolico. Scandiremo il Maifesto della Rubrica in due tappe, chiarendo prima la valenza simbolica del termine Argonauti da noi scelto e approdando, nella seconda tappa, nelle terra dell’uomo simbolico.

L’avventura della conoscenza

L’Argonauta è il viaggiatore che affronta l’impresa ardua e difficile alla ricerca del vello d’oro, il vello dell’ariete alato Crisomallo che Hermes donò, per volere di Zeus, a Nefele,  affinché i figli di lei, Frisso ed Elle, potessero sfuggire al sacrificio cui il padre Atamante li aveva votati su consiglio della seconda moglie, Ino. Dei due, Frisso solamente riuscì a giungere in Colchide dove il re Eeta lo accolse. Frisso sacrificò l’ariete a Zeus e ne offrì il vello d’oro al re, che lo consacrò ad Ares e lo appese a una quercia nel bosco sacro al dio, dove a guardia vi mise un feroce drago.
E’ Giasone l’eroe che si lancerà alla conquista del vello d’oro per riappropriarsi del trono di Iolco - città della Tessaglia -,che legittimamente gli spetta. Egli ucciderà il drago grazie all’aiuto di Medea, principessa della Colchide, e dei suoi filtri magici; ma vi riuscirà dopo una serie di avventure, in viaggio con i suoi compagni, gli Argonauti, salpati insieme a lui sulla nave Argo, dal nome del suo costruttore, una nave parlante che ammutolirà quando vedrà le atroci crudeltà di Medea.

E’ questa una tra le più note epopee in cui l’Eroe - partito alla ricerca del vello d’oro, archetipo dell’oggetto magico trasformatore che segna la rotta dei viaggiatori - deve misurarsi con delle prove che richiamano riti di iniziazione e rigenerazione, e che ne modificheranno la condizione, giungendo, di iniziazione in iniziazione, di passeggio in passaggio, a possedere infine l’oggetto.

Ci è parsa questa una bella allegoria dell’avventura della conoscenza, di una conoscenza che nutre l’anima, perché, che cosa dovrebbe essere la conoscenza, la formazione, l’esperienza, se non una progressiva conquista dell’oggetto trasformatore che ci attrae e ci conduce all’humanitas e a noi stessi? Che cosa dovrebbe essere se non progressiva espansione degli orizzonti e della personalità umana?
Nella narrazione greca, Orfeo, il poeta tracio, ora è colui che con la sua lira e con il suo canto fa muovere le assi di legno in modo da formare la chiglia della nave Argo, o colui che dà la cadenza ai rematori, ora è colui che placa gli animi, rendendo possibile l’avventura che rischiava di essere compromessa; ma Orfeo è anche colui che nel corso del viaggio, in altre occasioni, con la sua arte, salva i compagni dal pericolo; ciò ben rappresenta lo spirito della Rubrica.
Questa la ragione della nostra scelta. In essa è contenuta, come in un prezioso scrigno, una visione del mondo: l’argonauta è il navigatore avventuroso, la nostra nave è Argo, la nave parlante - finché non assiste alla crudeltà di Medea, possibilità insita nel cuore umano – che ci fa viaggiare, ampliare gli orizzonti ed esplorare mondi sconosciuti; le nostre vele e il nostro vento è l’arte in tutte le loro forme.

Argonauta è anche il nome di un’affascinante ceratura marina, detta anche “nautilus”, che si distingue dagli altri molluschi per il fatto che prima di partorire secerne un liquido vischioso che con i suoi piccoli tentacoli plasma prima che il contatto con l’acqua lo solidifichi, creando così una protezione per i suoi futuri piccoli argonauti. La sua creazione, l’Ooteca, un involucro bianco lattice semitrasparente con increspature perlacee, non è una conchiglia, ma un manufatto creato dall’argonauta stesso che serve come protezione e culla, evitando che i piccoli argonauti vengano divorati dai pesci. Per i navigatori dell'antichità imbattersi in un argonauta era ritenuto il più favorevole degli auspici, perché orientava la rotta e annunciava un viaggio sicuro, la calma, così come la lira di Orfeo addolciva gli animi.
Il nautilus è anche una delle forme che rappresenta il numero della sezione aurea, modello geometrico della vita e espressione matematica della bellezza in natura. La forma geometrica a spirale evoca peraltro una serie di significati simbolici: rappresenta il percorso che conduce alla conoscenza e l’evoluzione infinita della personalità, dello spirito umano e della natura a partire da un centro che si espande verso l’esterno. La spirale è anche un simbolo legato all’Archetipo del Femminile, così come la sfera e il cerchio, ma anche all’idea della connessione tra l’elemento divino e l’animo umano.
La sezione aurea è conosciuta fin dall’antichità ed è archetipo della giusta proporzione, nello spazio aureo l’entità divina si rendeva visibile, diveniva immagine, era varco del trascendente. Creare bellezza e armonia era un atto di devozione e evocazione.
L’arte, come si è creduto in alcune civiltà, è forse un “atto magico” o un “atto religioso”? Quel che certo è che se di arte si tratta, tale atto coinvolge la persona tutta nella sua unità psicofisica.
In molte civiltà dell’antichità l’atto artistico trovava il suo senso e presupposto nell'idea dell'intima connessione di tutte le cose, era considerato una forma, ora di contemplazione, ora di catarsi, vera e propria purificazione, e financo di preghiera, intesa come relazione con lo spirito che permeava il cosmo nel quale l’energia radiante si manifestava concretamente.
L’influenza del dualismo, che vede nella realtà spirituale l’unico valore e nella materia un disvalore, qualcosa da disprezzare, ma anche del suo opposto, il materialismo, hanno reso difficile pensare alla dignità della corporeità, della terra, della natura, e la dimensione materiale come qualcosa di altrettanto enigmatico e affascinante quanto lo spirito, hanno reso difficile pensare che l’immanente sia vivo e vivificato e in dialogo col trascendente che, fino all’era medievale, si riteneva parlasse attraverso i simboli eterni dell'uomo.
Non che la dimensione trascendente, del Mistero, sia descritta dai simboli, questi piuttosto vi alludono e la rendono accessibile in maniera asintotica.
Il linguaggio simbolico è comune all’arte, alla poesia e alla ricerca spirituale e teologica, giacché tutte queste espressioni dello spirito umano hanno a che fare col mistero dell’essere e dell’esistenza, col mistero dell’interiorità e della psiche umana, col mistero della realtà, e perfino la scienza è costretta a servirsi di immagini laddove sconfina nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, istaurandosi così un circolo ermeneutico virtuoso e infinito tra linguaggio razionale e simbolico.

Che sia o meno un atto “magico”, l’arte è certamente un atto libero ed essa è gioco, laddove per gioco si intenda quello spazio che apre dimensioni inaspettate perché si differenzia dalla vita normale, ordinaria, perché proietta i partecipanti in una dimensione“altra”, aprendo lo spazio dello straordinario, il che non impedisce che si giochi con la massima serietà: ben lo sa chi ha visitato mostre d’arte impresse per sempre nella memoria e ben lo sa l’artista che giocando può creare capolavori immortali.

L’arte come gioco ha un rapporto perciò con la “sfera dell’altrove”, apre quasi uno spazio sacro, poiché, come ogni forma di celebrazione sacra, si isola dalla vita quotidiana per luogo e tempo e sospende spazio e tempo profani, creando come un cerchio magico. L’arte come il gioco è dunque in relazione col mistero e il misterioso giacché l’allontanarsi dalla sfera del quotidiano e l’entrare in una temporanea sfera “altra”, sono possibili in virtù della capacità dell’uomo di abbandonarsi ad “un altro mondo”e intraprendere un viaggio di ricerca, non solo culturale, ma anche spirituale, l'altra vasta dimensione necessaria all'uomo quanto il dover mangiare, quanto la sfera biologica. L’arte e il gioco hanno in comune l’avventura dell’esplorazione di sé, del proprio mondo interiore e il potere di attivare risorse sconosciute. L’arte, come il gioco, inoltre, non ha fini utilitaristici: li si pratica perché portano diletto, e nell’adulto il gioco, l’espressione di sé, la dimensione ludica, rimangono indispensabili per la vita di una mente sana, giacché esse nutrono il nostro rapporto con la dimensione del piacere del corpo e dello spirito. L’arte, come atto magico, libero e giocoso, rappresenta insomma una dimensione in cui l’uomo si ritrova, poiché non finalizzato al conseguimento di un obiettivo pratico che costringa all’efficienza; non ha carattere né funzione materiale o economica, salvo lo snaturarsi. Detto altrimenti, il gioco come arte e l’arte come gioco sono fine a se stessi e al diletto ad esso intrinseco; ciò che infine si possiede è un nulla che è un tutto perché è conoscenza di sé, consapevolezza di essere liberi, e ciò è fonte di gioia.

Con attenzione particolare a una delle più affascinanti capacità che fanno dell’uomo un “produttore di immagini” esploreremo simboli, arte, immaginazione, intendendo per la capacità di immaginare, non la semplice pura e vana fantasticheria, l’evasione dalla realtà, ma la capacità di visione, di nuova progettualità, quella che dovrebbe essere anche la linfa vitale della politica. L'uomo post-moderno, ha scritto il grande antropologo del sacro e storico delle religioni Julien Ries, ha bisogno di simboli: “Assistiamo a un impoverimento drammatico dovuto ai positivismi e ai materialismi, agli pseudo miti del sesso e della droga, ai nuovi simboli di una società alla deriva […]. Stiamo per passare dal cosmo al caos. L’uomo d’oggi deve ritrovare le strutture del reale, le dimensioni e il senso della sua esistenza nel mondo. Deve ritrovare i suoi simboli iniziatori all’invisibile, rivelatori del senso e sorgenti di una nuova creatività. E’ un passo in dispensabile per la creazione di una vera cultura”.
Il viaggio degli Argonauti fu la genuina epopea di navigatori divenuta racconto del meraviglioso destato dall’incontro con terre e genti remote, racconti che ci parlano, come ha ben osservato lo Jaeger, dell’uomo nuovo che si forgiò nell’impresa di colonizzazione del Mediterraneo dei navigatori greci tra il VIII e il VI secolo a. C.: “Sguardo lungimirante, pronta mobilità e iniziativa personale sono i caratteri salienti che ivi si formò. Con le mutate forme dell’esistenza doveva necessariamente sorgere uno spirito nuovo; l’orizzonte ampliato e il senso della propria energia privano la via a un più ardito volo del pensiero. Lo spirito di critica indipendente che incontriamo nella Ionia, nella poesia individuale di Archiloco come nella filosofia milesia, doveva farsi strada anche nella vita pubblica”.
Oggi il Mediterraneo è il crocevia di storie tragiche, di storie di morte e di rinascita, bara d’acqua per molti, nuovo orizzonte per altri. Ci auguriamo, nel nostro piccolo di stare dalla parte di coloro che forgiano un uomo dotato delle qualità di cui parla lo Jaeger.

Il mondo è una selva di simboli, una miniera partorita dalla stelle. Seguiteci, viaggiatori, esploratori, seguiteci Argonauti di tutti i tempi di soglia in soglia, viaggeremo nell'universo, dalla terra al cielo, alla cerca di pietre preziose incastonate nella memoria di Homo sapiens.

Valentina Orlando, Dott.ssa in Filosofia e Scienze umane, Docente di Filosofia, Storia, Psicologia e Scienze dell’educazione, Saggista e Scrittrice.

Bibliografia

BAUDELAIRE, C., I fiori del male, Fabbri editori, 1986.
HUIZINGA, J., ID., Homo ludens, Einaudi, Torino 1946.
JAEGER, W., Paideia. La formazione dell’uomo greco, Vol. I, La Nuova Italia, 1997
JONAS, H., Homo Pictor: della libertà del raffigurare, in Organismo e libertà, Einaudi, 1999
ORLANDO, V., Contro il principio Gnostico. La libertà del vivente in Hans Jonas, Aracne Editrice S.r.l. 2014.
ORLANDO, V., Il mistero del tempo: il cerchio e la croce, in Apocalisse e Apocatastasi. Gli artisti i nuovi profeti? curata dal Prof. Alberto D’Atanasio Speedy Print Edizioni, 2013.
OTTO, R., Il sacro, SE 2009.
RIES J., Simbolo. Le costanti del sacro, Jaka Book 2008.

 RICOEUR, P., Il simbolo dà a pensare, 2002.  ORLANDO, V., Contro il principio Gnostico. La libertà del vivente in Hans Jonas, Aracne.  RIES J., Simbolo. Le costanti del sacro, p.26. JAEGER, W., Paideia. La formazione dell’uomo greco, pp. 199-200 .

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