Ben trovato. Oggi sono molto contento di presentarti il «Battesimo di Cristo» di Giovanni Bellini, artista geniale e prolifico. La sua firma è in un cartiglio sulla roccia in basso. L’opera del 1501 circa, si trova nel suo contesto originario, la chiesa di Santa Corona a Vicenza.

Giovanni Bellini, detto anche Giambellino, nasce a Venezia intorno al 1430. Tra i massimi esponenti del Rinascimento, eserciterà grandissima influenza sui pittori veneti. Con lui nasce il “tonalismo veneto”, degradazione delle gamme cromatiche che da idea di profondità. Cognato del Mantegna, ne subirà, nel periodo giovanile, la sua influenza. Sue caratteristiche sono sensibilità spiccata verso il paesaggio, dolcezza ed espressività emotiva delle sue figure. 

Bellini racconta­ l’episodio del «Battesimo di Gesù» nel fiume Giordano, con estrema ricchez­za. Ad accoglierci in alto è il Padre con braccia aperte che invia lo Spirito Santo sotto forma di colomba, circondato da cherubini e serafini. Ha le stessi vesti di Gesù, al momento sorrette dagli angeli sulla sinistra. Espediente per sottolineare l’identica natura divina delle due persone. «Chi ha visto me ha visto il Padre» dirà Gesù.

Il paesaggio non è solo sfondo compositivo ma aiuta l’osservatore nella riflessione. Per la prima volta nella storia dell’arte tutto è fuso dalla luce atmosferica. Sul fondo ampio e riposante, appa­iono due castelli sulla sinistra, una piccola pieve, verso destra e, alle spalle di san Giovanni, un eremo con un anacoreta. L’eremo in alto a destra simboleggia il Vecchio Testamento; a sinistra, invece, il castello il Nuovo Testamento. Il paesaggio fa riferimento anche alle motiva­zioni del committente, Battista Gra­ziani, che lo volle per la cappella di famiglia eretta in onore di Giovanni Battista, in seguito al voto fatto prima di partire per un pellegrinaggio in Terra Santa. Il paesaggio ricorderebbe proprio i luoghi santi. 

La scena principale ricalca uno schema iconografico tradiziona­le, di tipo bizantino. Cristo al centro, in asse con il Padre e lo Spirito Santo. «Lo Spirito come colomba discese su di lui. E una voce venne dai cieli: “tu sei il mio figlio amato, in te mi sono compiaciuto”». La perfetta verticalità, lungo la linea centrale, allude all’unità fra le tre persone divine. Il battesimo infatti manifesta la Trinità. Ciò è sottolineato anche per la presenza di simboli botanici, quali il trifoglio, nel prato ai piedi del Battista e che, grazie alla sua ca­ratteristica struttura, è utilizzato tradizionalmente come immagine della Trinità. 

Contrariamente all’iconografia classica, che dipinge Cristo immerso nel Giordano, Bellini lo raffigura all’asciutto: le acque del Giordano, infatti, si ritirano dinanzi al Signore, così come si ritrassero al passaggio di Giosuè a capo del popolo. Secondo una tradizione fu per la preghiera del Battista che le acque del Giordano si ritrassero davanti al Salvatore. Come ricorda il Salmo 113: «Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro».

Gli angeli sulla sinistra non sono menzionati nei vangeli. La loro presenza risale alla liturgia, dove un diacono assisteva il vescovo, tenendo il crisma e rivestendo i catecumeni con la veste bianca. Le tre figure infatti sorreggono le vesti di Ge­sù. Straordinario il perizoma di Cristo che dovrebbe essere bianco e invece è striato di colore violaceo, riflesso delle vesti rosse e blu nelle acque del Giordano. I tre angeli inoltre richiamano le vir­tù teologali, fede, speranza e carità, e ancora una volta ri­mandano alla Trinità. Quello centrale è inginocchiato, sot­tolineando l’umiltà della seconda perso­na della Trinità, di Gesù, che nell’incarnazione ha preso la natura mortale, cioè si è abbassato, come ricorda Paolo «Egli, pur essendo di natura divina, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini. Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce». A rafforzare questo significa­to di umiltà, Gesù, sebbene centrale, è più in basso rispetto al Battista. Quest’ultimo oltre a sorreggere la ciotola con cui versa l’acqua sul capo di Gesù e riconoscibile per i suoi attributi tradizionali, quali la croce e il cartiglio con la scritta «Ecce agnus Dei», quando Giovanni vide passare Gesù e lo additò esclamando: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo». La palma, caratteristica del deserto, è simbolo del martirio. È alle spalle del Battista perché morirà per non essere sceso a compromessi con la sua coscienza e per avere denunciato l’adulterio del re Erode. 

Il dipinto invita alla riflessione sulla realtà del battesimo. Con esso l’uomo si uni­sce alla morte di Gesù nella promes­sa della risurrezione. Muore l’uomo vecchio e l’emersione dall’acqua indica la risurrezione. Un invito allora a una vita realizzata, felice, perché redenta, liberata da Gesù. A sottolineare l’aspetto della vita nuova, Bellini introduce in primo piano un particola­re inconsueto, un pappagallo, dal corpo rosso e ali grigio-verdi. Nell’antica Grecia si pensa­va che il pappagallo fosse in grado di dire «kaire», parola dal suono guttu­rale che può somigliare al verso del­l’animale. Tale leggenda passa nella tradizione latina, che traduce con «ave», cosic­ché si riteneva che il volatile fosse in grado di dire la parola di salu­to destinata all’imperatore ma anche saluto dell’arcangelo Gabriele a Maria, nell’Annunciazione. Qui il pappagallo sottolinea 1’eloquenza del Battista che riconosce il Messia e lo indica come «Agnello di Dio». 

L’episodio del Battesimo si conclude con la voce del Padre: «Tu sei il figlio mio l’amato, in te mi sono compiaciuto». Ogni uomo è «figlio nel figlio» come ricorda san Paolo. Quella voce potente dal cielo allora si è fatta udire anche per te. Sei amato da Dio, sei figlio prediletto! Il meraviglioso Cristo del Bellini ti inchioda con il suo sguardo e sembra ricordarti questa verità fondamentale: «sei amato, non avere paura, non temere se gli altri ti giudicano, se il tuo cuore ti giudica, se hai una bassa autostima, per te io ho sacrificato me stesso e ho dato la mia vita!» Concludo con il profeta Isaia che a nome di Dio scrive: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo, do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita».

Grazie per la tua attenzione e arrivederci.

 

Alessio Fucile Critico e Storico dell’arte

 

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