Figlio di un pastore protestante, primo di sei figli, Vincent Van Gogh nacque nel 1853 in Olanda. Ebbe un’esistenza difficile, angustiato da difficoltà e dalla malattia (soffriva di attacchi di panico e crisi depressive). Praticò diverse professioni per vivere e trascorse diversi anni in manicomio. Si sparò con la rivoltella nei campi, dove era uscito per dipingere. Cominciò a dipingere tardi, dopo i 28 anni. Inizialmente la sua vocazione fu stare vicino ai miseri della terra, gli operai delle miniere, predicare il Vangelo. Sarà l’attività di commerciante di arte del fratello a indirizzarlo alla pittura. 

Il «Buon Samaritano» è un dipinto del 1890, ora conservato a Otterlo. La scena, ambientata lungo una strada sterrata, in mezzo a campi bruciati dal sole, costeggia un fiume. In primo piano il buon Samaritano, sceso da cavallo, dopo aver lavato e disinfettato le ferite del malcapitato, cerca di caricarlo sulla propria cavalcatura. È teso nello sforzo di sollevare il pesante corpo inerte, inarca la schiena fa leva con la gamba, punta il piede a terra e solleva il tallone che si stacca dalle ciabattine che porta. Ha le maniche rimboccate per poter lavorare meglio. Dallo sforzo deduciamo che non è facile amare! Non è facile mettersi a disposizione di chi ha bisogno. Il dipinto a questo punto ha una soluzione straordinaria. Di fronte alla fatica di amare chi non la pensa come noi, chi riteniamo diverso, chi si trova in situazioni che ci turbano, ci viene in aiuto Dio stesso. Sono molti i commentatori che vedono nella cavalcatura un riferimento a Gesù, colui che ha accolto tutti e che per amore ha saputo anche morire. Senza questa forza vitale è molto difficile realizzare gesti di misericordia, di incontro e di solidarietà. 

Il viandante derubato e malmenato, con evidente benda sulla testa, non ha la forza di salire sul cavallo e senza parlare cerca di aiutarsi aggrappandosi disperatamente a chi lo sostiene in un abbraccio scomposto. Van Gogh parla di misericordia con il corpo a corpo tra il buon samaritano e l’uomo ferito: l’amore non è mai distanza, è toccare la carne ferita. Il cavallo attende pazientemente che il carico gli sia posto sulla groppa, ha le orecchie dritte pronto ad assecondare ogni movimento. 

In secondo piano si vedono il sacerdote e il levita che avevano ignorato il ferito. Uno cammina per il sentiero all’altezza della valigia aperta e derubata, dell’altro s’intravede solo la sagoma rarefatta che si perde sulla strada e svanisce all’orizzonte in mezzo alle nuvole bianche, che si addensano sullo sfondo e si confondono con le pendici dei monti. Entrambi si allontanano nella direzione opposta all’uomo ferito, il cavallo è rivolto verso l’altra parte, e più si allontanano più diventano piccoli. Diventa piccolo chi «passa oltre», chi non si fa carico delle ferite altrui. Al contrario il samaritano è imponente, occupa tutta la parte centrale del quadro. Chi non ama non diventa grande, non cresce, chi ama, occupa uno spazio significativo sulla scena del mondo. 

È notevole la capacità di Van Gogh di svelare emozioni, attraverso le sue opere: egli, che aveva dato tanto agli altri, durante il periodo in cui era stato predicatore, facendosi vicino a contadini e minatori, quando dipinge quest’opera vive una fase difficile della sua malattia, si sente solo e abbandonato come l’uomo trovato ferito della parabola. La somiglianza fra i tratti del Samaritano e quelli del pittore, e il suo stesso gesto di solidarietà vuole trasmettere l’idea che per aiutare davvero il prossimo, è necessario addossarsene il dolore e le difficoltà. Gesù è il Dio che scende, si curva sull’uomo ferito per soccorrerlo. Come il samaritano, non demanda, non chiede, si fa carico, si fa prossimo, fondendosi nell’abbraccio che nella tela è portatore di una forte carica emotiva e del messaggio: «và e anche tu fa lo stesso». Diversamente l’uomo non si salva, né tu né lui. 

Una diagonale attraversa, dall’angolo in alto a sinistra verso il basso a destra, il dipinto e divide in due triangoli: nella parte superiore predominano colori freddi e linee ondulate, mentre in quella inferiore i colori sono caldi e i tratti brevi. Mentre il male raffredda, congela, inibisce, l’amore scalda, scioglie, genera.

Il quadro ci pone di fronte alla domanda «Quale dei personaggi sono io? Il sacerdote o il levita indifferenti che continuato sulla loro strada? L’uomo malconcio e sanguinante? Il Samaritano che si è dimostrato vero prossimo? 

Concludo con il pensiero di un grande uomo del nostro tempo: «Non cadere nell’indifferenza che umilia, nell’abitudine che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apri i tuoi occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle, e sentiti provocato ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le tue mani stringano le loro mani, e tirali a te perché sentano il calore della tua presenza e della tua amicizia. Grazie per il tuo ascolto. 

Alessio Fucile Critico e Storico dell’arte

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