Eros e Kairos – Recensione ad Antiquae a cura di Valentina Orlando

Ho atteso. 

        Ho atteso il Kairos, il momento propizio, per sfiorare la copertina ruvida di Antiquae e aprirla. Ne ho annusato prima la carta, mi son fatta guardare dall’archetipica e familiare immagine di copertina creata dell’artista Giulio Perfetti. Ho esperienza quanto basta per comprendere che quello che è apparentemente un oggetto come altri, un libro tra gli altri, in verità è Evento, Epifania nel senso etimologico del termine, ovvero “manifestazione dell’Altrove”. Per varcare la soglia di un luogo sacro, antico quanto la Sapienza ancestrale che ha soffiato nelle nari dell’uomo, donato ali all’intelletto e luce ai sensi – varchi benedetti del nostro corpo, troppo di frequente accusati di illusionismo da teorie mutile – bisogna essere pronti.

         Il momento dell’iniziazione deve essere quello, solo quello: l’istante, varco irripetibile che s’apre attraverso il quale passare, altrimenti è rischioso, altrimenti si può andare incontro alla pazzia. Per essere destabilizzati è necessaria un’adeguata preparazione scandita da un ritmo preciso di gradi: comprendere che è ora di muoversi verso una tappa ulteriore del viaggio perché fermarsi è involvere, lasciar andare, purificarsi, svuotarsi per riempirsi del nuovo. E solo allora, solo allora, dalla giusta distanza, ci si può voltare indietro per una visione d’insieme del cammino percorso, non prima.  Io, come falena notturna temevo di bruciarmi le ali per il troppo calore, temevo di voltarmi indietro prima del tempo giusto. Non ho mai scritto di Eros e se l’ho fatto, quando rileggo, trovo l’abbia fatto davvero male, ora stravolgerei, distruggerei; se non lo faccio è solo perché ho compassione di quell’essere balbettante che io sono e del suo barcollare per il sentiero di un logos che non intendevo nemmeno lontanamente. 

Ogni tanto sbirciavo, tra una pagina e l’altra, poi lo richiudevo. Ho esperienza quanto basta per riconoscere di essere al cospetto di una di quelle letture che impregneranno il mio essere e il mio tempo, lo accenderanno con la fiamma dell’irreversibilità, croce e delizia, croce perché irripetibile, delizia per lo stesso motivo che aggiunge note di rara preziosità. Certe creazioni sono come quelle pietre oramai introvabili se non nei luoghi più remoti e profondi della Terra, nel suo ventre, perché è lì che andiamo con Antiquae, nel corpo sinuoso e accogliente della Grande Madre che partorisce vita e ancora e ancora, e partorisce le sue sacerdotesse, creature rare come quelle pietre, inviate per risvegliare la forza maschile come sua alleata e mai nemica, che può fecondare il femminile ancora e sempre – alleanza complementare che, mai come ora, è da invocare.

Il potere sacerdotale del principio femminile

La lucidità di Laura Frascarelli e Fabiana Vivani, è, anch’essa, croce e delizia, delizia per la visione, croce per il peso da sostenere, perché visione è vedere anche quando l’Eros è rifiutato e la vita erotica è abortita: non tutti gli esseri sono pronti per la follia d’amore. 

            “Qualche mia parola / è incinta”, la parola poetica di Fabiana Vivani è logos profondo e viscerale riversato da un essere traboccante e consapevole della sua natura; è parola-azione che crea realtà inserendosi nel divino flusso creativo, lo è perché agisce sull’interiorità incidendo solchi che sono letto di fiume perché nuova vita vi scorra tracimando e trascinando a valle tutto ciò che lo impedisce; è invocazione e evocazione che risveglia i cuori desideranti dal sortilegio della finzione. Laura Frascarelli con l’impeto di un temporale estivo, forte, violento, scrive: “Ti sono piovuta /addosso/ poi ti è sbocciato/ un fiore”: il fuoco di Eros ci piove addosso, ci coglie all’improvviso, ci sconquassa l’anima come un blues lento e sensuale; ma quando è giunto il momento. E ci feconda. Quell’istante benedetto, che non scegliamo giacché è lui a eleggerci, ci risveglia improvvisamente a ciò che attendevamo da sempre senza saperlo perché storditi da un retaggio di cianfrusaglie ingombranti e arrugginite, quali sessuofobia, perbenismo, condanna del piacere erotico e della carnalità come nemica dello spirito. Eredi di un dualismo gnostico che come fiume carsico viene a condannare la materia, la corporeità e tutto ciò che è terrigno come infima alterità del sé, abbiamo ingabbiato l’Ardore come bestia estranea da domare e dominare, lasciando il nostro spirito esangue con la vita ridotta al lumicino. Tanto più accade questo, tanto più, all’occasione il fuoco divampa.

         Come potrei non avvertirvi, prima di leggere? Come potrebbe la mia statura materna di madre senza figli, ma consapevole che l’Umanità tutta è figlia, non mettervi in guardia? Man mano che vi inoltrerete nel bosco sacro di Antiquae, un’inquietudine vi assalirà, prima avrà i toni suadenti della piacevole seduzione di un canto di sirena, poi, sempre più bruciante malìa, assumerà la forma di una di quelle domande epocali della vostra vita: “ho mai avuto questo o, forse, morirò senza fare l’esperienza di quel vortice irresistibile, “delirante ossessione” di chi oramai è completamente posseduto dal desiderio di un altro essere?”. E ancora, “che cosa mi ha fermato dall’abbandonarmi a ciò che nella lettura mi brucia come marchio a fuoco di vita non vissuta, di natura tradita?

La resa alla nastra natura mendica e affamata

      Ve lo dico io che cosa ci ha fermati di qua dalla soglia: la paura di essere fragili, di “arrendersi ad ogni vulnerabilità” – come scrive la Frascarelli – di essere totalmente, perdutamente, irreparabilmente in balìa di un altro essere, appartenergli, laddove appartenere è non possedersi più, un mutamento irreversibile innescato dalla presa di coscienza della propria povertà e incompletezza senza quell’essere che ci ha incatenati. Affidarsi, una parola che fa tremare e vibrare le labbra e il nostro essere tutto. È l’uscita dall’illusoria zona di confort di un narcisismo che non contempla alcun rischio. Ecco perché ci fermiamo di qua dalla soglia: finché non passiamo oltre ci sentiamo forti e invulnerabili, magra conquista che ci lascia in verità emaciati e affamati. Ma se sentiamo la fame siamo già a un passo dalla salvezza. 

Poi gli anni passano e cresce una disperazione di sottofondo, come quelle musiche mandate nei locali per riempire lo spazio senza disturbare la conversazione dei clienti, ma scelte male perché in realtà distraggono; così è della disperazione, prima lieve e quasi silenziosa, poi strisciante nota dissonante e sempre più insistente, poi, ancora, nota cupa e, infine, assordante: è Penia che viene a  rivelarci il nostro vero stato esistenziale di esseri mendici e mendaci con noi stessi, esseri scalzi, ispidi, bisognosi di tutto ma travestiti con maschere di opulenza che divengono corazze impenetrabili. Maschere: la nostra dannazione, se diveniamo loro e della loro stessa posticcia sostanza.

Vi avverto allora: Antiquae travolge, ti strappa via il primo strato di pelle con tutta la corazza, perché l’amore invocato da Fabiana Vivani è un amore spudoratamente innocente e pulsante in un corpo “vergine e /vulnerabile/smanioso”, immensamente generoso nel suo farsi segno e simbolo e al contempo incarnazione di un sentire rivelatore, vaso invasato, sinuoso e ipnotizzante nel suo incedere raggiante di luna, e per questo senza veli. Il logos della Vivani tocca l’amante fin nelle viscere perché sa donarsi nel dilatare tutto il suo essere. 

E’ un amore di carne vivificata, per esseri liberi “che riscatta / la retorica/ d’immagini prive/ di passione/ di chi ha perduto/ la libertà”, e per questo scandalo perenne per i dormienti. È  coincidentia oppositorum di tenebra e luce, ché “la ragione non crea niente”.  verità nuda quanto la carne e il sudore che imperla la lotta erotica di amanti capaci di confessarsi l’inconfessabile in “notti immortali”. Un amore così è una benedizione che ti libera e ti incatena “Io amo te/perché solo a te/l’anima mia si dona”.

           Sfiorate le corde di Antiquae ed ecco che improvvisa irromperà una musica folle, desiderio di essere feriti d’amore e denudati. Ma farsi disarmare non è da tutti. Bisogna prima vedere la nostra vera condizione di indigenza e allora ecco che Poros si manifesterà: audacia, impeto, passione, vitalità, rinascita divina, furore! Questo stadio dell’amore ricorda in verità quello sacrificale divino che è al di là di ogni comprensibilità per una mente figlia del principio di non-contraddizione. Pseudo-filosofi malati d’oblio e incapaci di attingere alle fonti non filosofiche della filosofia, siamo rimasti nella caverna e la luce di una vita che è ardore e ardore di vivere non può che accecarci, ché la nostra è mera parvenza al confronto di una vita vivificata da Eros  che ti consuma e ti fa risorgere, che ti affama e ti nutre.

Innocenza sono

Questo fa l’amore che è innocente carnalità spirituale e “mistica carnalità” capace ancora di arrossire, eternamente pura come acqua di sorgente che si sposa al fuoco lavico, “Primavera rovente”. Tutto questo emana da Fabiana Vivani, e lo senti non appena l’avvicini. Toccata dal mistero fin da bambina, travolta dal logos al crepuscolo, i risvegli notturni non l’hanno più abbandonata. Leggerla è come godere dello spettacolo della colata lavica dello Stromboli a mare, mentre la luna dall’alto fa l’amore con gli elementi terrestri e inargenta anche la tenebra della sciara, “sangue muto e tenebroso” del corpo dell’amante.

Se bussiamo alla porta della sua innocenza – come lei ci chiede perentoria e impertinente per autorevolezza di natura – ci condurrà in direzione dell’Altrove, dell’invisibile a un passo da noi, perché lei conosce la strada, cui non abbiamo accesso, però, finché non siamo “liberi da rimorsi borghesi”. Una simile natura dialogante con l’invisibile e con gli spiriti che tornano nei versi dei Grandi veglianti, mai potrà abitare una costruzione ordinaria di paese, un appartamento borghese, ma solo il tempio di un teatro profumato di verità. E non è da tutti. Non è da tutti “aggrapparsi alla vertigine”, “bere la via”; trangugiarla, sciogliere paure divenute statue di cera che sempre meno ci somigliano, dialogare con l’inconscio senza censure, lasciarsi possedere dal “furore antico” che ha l’audacia di perdersi, spossessarsi di sé, come ape inebriata di polline vergine tra “petali pudici”. 

Le immagini evocate da Fabiana Vivani fondono incredibilmente ardore, innocenza sfrontata, delicatezza e vigore, si incidono nell’anima mentre la leggi, ti entrano dentro con sovrannaturale armonia per rimanere e continuare penetranti a bruciare nella carne viva. Cuore vivo, dea sospesa tra fede e incredulità di fronte alla cecità impotente di chi fugge il sentire profondo e vero dei sensi, capace di “danzare tra le fiamme”, chi può danzare con lei? Una tale natura avrebbe potuto essere una condanna se lei non l’avesse riconosciuta, e lo è per chi non giunge nemmeno a lambire la sua danza folle e profetica, immensamente generosa perché capace di non lasciare nulla per sé. Chi ha questa forza, chi ha il potere di donarsi così totalmente, può farlo perché alimentato da una sorgente inesauribile, perché è stato toccato dagli dei che ispirano versi eterni. 

La psicomachia prima di lasciar fluire

Entrare nel mondo visionario della Vivani è entrare in un mondo sacro, sacerdotale e ancestrale, percorrere la via della Frascarelli è invece autentica psicomachia, “guerra impetuosa” tra sé e sé, tra il richiamo di Persefone e il desiderio di generare nuova vita: “a breve partorirò”. Ella anela a quel regno sacro, ma sa che vi può giungere solo dopo un parto ancestrale, prima di fluire nella calda corrente dell’Eros. Non prima, però, del seppellimento di ciò che va lasciato al morire, non prima di aver affrontato il buio, l’ombra, dopo la consunzione delle illusioni, lo svuotamento, dopo la discesa agli Inferi e la visione terrifica e rivelatrice di “carne accesa/ferita grondante/cuore mangiato dal vuoto”. 

           Lottare con Laura Frascarelli è lottare fino alla scelta di dare “voce ad ogni sentire/ al confine della resa”. Quando l’Altrove irrompe nel quotidiano tra “fili tesi e il bucato appeso”, dopo una nottata insonne, nella consapevolezza che quella ferita brucia al di là di ogni tempo, l’Eros destabilizza e l’anima percuote sguaiatamente. Tra i suoi versi così vividi traluce un corpo vivo e vibrante voglioso di uno stravolgimento ad opera di ciò che ancora non ha nome, che era ignoto e che si rivela in un brivido lungo una schiena sensuale che punta all’infinito. Il corpo sa, prima della testa. Il corpo sa e sa spiazzarci, non risponde più a noi, ma all’altro, vissuto come “demone e angelo”. Quando questo accade non c’è più nulla da fare e nulla cui aggrapparsi, non resta che inabissarsi nel “desiderio delirante” tra macerie di certezze; ma benedetto sia quel momento, nonostante tutto, perché il corpo si fa lussureggiante paesaggio, riluce dell’oro del grano, dell’argento delle acque, si accende purpureo di tramonto. Desti i sensi, ora possono fondersi con l’esistenza corale della vita che pullula esuberante intorno a noi, con “il chiacchiericcio degli uccelli”, il lavorìo degli insetti, il sussurrare delle foglie, e perfino una pietra può venirci in soccorso a seppellire una sofferenza, giacché tutto ora è in risonanza  e, il corpo, insieme agli alberi, può allungare audace le braccia-rami ad accogliere una libertà che sa di cielo.

Nella trasmutazione il corpo ora nutre e si nutre, ha sete e può a sua volta dissetare, è un corpo  caldo ma può rinfrescare, un corpo che come lago, apparentemente immobile, riflette il mistero della luce lunare, ma cela al di sotto un blu intenso di vortici sinuosi che non sono per tutti, un’essenza di donna che si rivela solo a chi la può vedere al di là della superficie specchiata. 

Il corpo pervaso e percosso dalla forza di Eros che “invade l’anima”, forse troppo a lungo lasciata a mendicare, si fonde ora panicamente con la natura-organismo vivificata dall’Eros cosmico, i piedi nudi affondano le radici e il ventre diviene “ventre marino”, il battito ansimante, eccitato del cuore si fa “palpitare di stelle”. La realtà tutta diviene estensione del suo essere, il corpo è profumo che colora lo spazio circostante e da esso può finalmente trarre energia, perché la corazza va disfacendosi, la cera si va sciogliendo, il cuore si va liberando. 

È qui che la psiche ha la forza di prendere coscienza del buio e del freddo attraversati, dell’aria malsana di palude respirata, dei “frammenti rotti” di noi, non prima, non prima. Tra “fame d’amore e vomito di sofferenza d’amore”, Laura Frascarelli raccoglie i frammenti di sé e di ciò che andava rotto, e attende la rinascita, perché nonostante tutto, sebbene l’amante venga a dissetare e poi ci lasci riarsi, le lacrime “restituiscono vita”, le lacrime sono pioggia benedetta: farsi disarmare, essere capaci di farlo, arrendersi  alla nostra vulnerabilità è comunque una conquista tutta nostra e irreversibile. È per questo ai versi “Forse è Amore/forse è Morte” osiamo rispondere “E’ tutt’e due”, perché quello spasmo di cui lei parla giunge alla bocca dello stomaco quando oramai sappiamo che, come l’aria, non possiamo più fare a meno di respirarlo quell’amore, di farci penetrare e sentirlo ardere. Consunzione di falena bruciata, è preferibile questo dolore a quello mortale del vuoto inumano.

L’anima che ama si fa vasta e, come l’Oceano, prende e restituisce rami, alghe, conchiglie e sassolini; e ora dalle sue acque sembra emergere una Venere fatta della stessa sostanza del mare turchese, unione sponsale di verde vita e celeste cielo. Ma Laura Frascarelli sa che prima di riemergere nuovamente candida e pelle diafana di Venere, deve farsi della stessa sostanza fangosa della vita, sa che è più facile partorire un altro essere che partorire se stessi, e che ciò può avvenire solamente trangugiando la propria inquietudine, imparando ad amarla come natura propria. Solo dopo una ricerca inquieta, solo dopo una disperata, forsennata lotta di liberazione, è possibile abbandonare il “canto di guerra” e finalmente dormire e lasciar dormire, ché il sonno è anche oblio, e a ogni risveglio lasciamo andare qualcosa. Per l’amore bisogna lasciare andare, lasciarsi andare, morire a se stessi, lacerare ancor più le lacerazioni, passarci dentro, inutile ricucirle, lasciamo che vi passi aria e luce. E quanta Sapienza da questa lotta: ora che ha imparato a benedire il “deserto secco”, “l’ululato straziante/i graffi dell’anima abbattuta”, ora si che può “lasciar fluire” e muovere i suoi prima passi verso il potere sacerdotale del femminile per “erotizzare” insieme alla Vivani, il mondo

Compimento, trascendimento della fine

A volte mi immagino al compimento del cammino e mi chiedo quale sia l’unico rimpianto che non voglio portarmi come fardello ingombrante al prossimo stadio di esistenza; la risposta è sempre la stessa da qualche anno di capelli bianchi: “non aver amato abbastanza”, proprio ciò che farà la differenza tra un compimento e una fine. Noi, “anime inquiete, ameremo l’amore per sempre” e in esso sempre vivremo, non v’è altro modo per divinizzarci e divenire sempre più umani, finalmente umani, via al Mistero che Diotima ci indica da un regno che la Vivani frequenta, conosce e di cui   custodisce i segreti, perché donna ultraterrena toccata da Dioniso. È da lì che proviene, dall’Altrove che noi talvolta intravediamo. Non risvegliatela, perché non sta dormendo, siamo noi a dormire e a doverci risvegliare. Lasciatela danzare con il fuoco, lasciatela stare.

Ci sono esseri che sono nati per amare l’amore, amanti eternamente fedeli a Amore, “la loro fioritura/ è clamorosa essenza/ d’una poetica/radiosa /e raffinata”. Se non siete capaci di seguire questa “santa coralità /di donne nude/ senza orpelli” trasfigurate dal desiderio sincero, o non lo siete ancora, lasciateli stare, quando vedrete “le ombre / scendere dalla clessidra” mentre voi continuate a essere ammaliati da “parole di finti poeti” disperati come tutti noi, spettatori del Mistero che vi chiama per rivelare voi a voi stessi, pregate che la disperazione divenga insostenibile, perché è solo allora che seguirete gli amanti dell’amore, Dio solo sa se li seguirete, e al ritmo di un “battito sfrenato” finalmente “affamato”. Allora, e solo allora, il Kairos vi eleggerà.

 3 Gennaio 2022, Valentina Orlando

Informazioni sugli autori


Laura Frascarelli, classe 1976, pratica intensamente il teatro, nutre viva passione per la scrittura, ama immergersi nella natura (www.piedialvento.com).

Fabiana Vivani, classe 1977, educatrice, operatrice di teatro nel sociale. Lavora in differenti contesti: educativi, artistici, di disagio e di emarginazione. La poesia è il suo demone.

https://www.morlacchilibri.com/varia/index.php?content=scheda&id=708

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