«Pentimento di Pietro»di Domenico Fetti

Visitando il Kunsthistorisches Museum di Vienna tempo fa, sono rimasto affascinato da un’opera di Domenico Fetti del 1613 ca., intitolata «Pentimento di Pietro».

Come sappiamo dai racconti evangelici, Pietro nega per tre volte di conoscere Gesù e di far parte del suo seguito; lo stesso Cristo aveva profetizzato il suo tradimento: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte».

Il discepolo, ricordando queste parole, pianse amaramente.

Il pittore, influenzato dalla maniera di Rubens, riesce a dare all’apostolo uno sguardo coinvolgente che non lascia indifferenti: l’apostolo ti guarda con fare interrogativo, sembra chiedere «hai visto cosa sono stato capace di fare?».

Con la mano sinistra sorregge il volto provato, pensa alle parole che Gesù qualche ora prima gli aveva rivolto e soprattutto ricorda i loro sguardi che tra la calca della folla a un certo punto si erano incrociati: era stato Gesù a voltarsi, con il viso già aggredito dalla violenza, accarezzando con la dolcezza dei suoi occhi la ruvidezza della fuga di Pietro.

Quello stesso sguardo aveva conquistato Pietro sulla riva del lago tre anni prima, tanto da convincerlo ad abbandonare tutto per seguire Gesù; quello stesso sguardo Gesù rivolge a noi nel momento del fallimento o della delusione, ma il suo è uno sguardo buono che tocca in profondità, capace di guarire le ferite e donare pace senza bisogno di parole.

L’artista non dipinge il gallo, classico attributo che ricorda il rinnegamento dell’apostolo: ormai Pietro sente cantare quel gallo dentro al cuore.

Ma ancora più importante del gallo è il pianto di Pietro, una lacrima gli sta sgorgando dall’occhio destro: è un pianto liberatore, di purificazione, capace di sciogliere la ruggine di quell’orgoglio e di quella presunzione che in passato avevano connotato le sue parole: «non ti tradirò mai, dovessi dare anche la vita per te».

I propositi di Pietro sono naufragati perché ha posto la sua fiducia solo nelle proprie forze: invece egli è più debole di quanto pensa, ha bisogno di più aiuto di quanto crede, e Gesù lo sa.

Julian Green ha giustamente detto: «Non potendo fare di noi degli umili, Dio fa di noi degli umiliati, ogni spasmodica ricerca di un gradino più alto finisce poi col ruzzolare giù». Pietro ha fatto esperienza del fallimento e nel suo dolore ha scoperto la forza straordinaria della misericordia di Gesù, che non guarda al passato ma al futuro, a quello che puoi essere e che puoi fare con il suo aiuto.

Sullo sfondo a destra una luce preannuncia l’alba di un nuovo giorno, ad indicare la certezza che il male non avrà l’ultima parola; sotto la mano destra di Pietro si vedono le chiavi del Regno, che a lui Gesù ha consegnato: dopo la caduta del peccato, Gesù fa di Pietro un uomo nuovo, capace di guidare ed essere roccia per la sua Chiesa. Pietro, proprio per le sue debolezze e per la sua povertà, è stato l’apostolo che più di tutti ha sperimentato la misericordia: nonostante il vile tradimento, ha sentito nello sguardo di Gesù la forza per risalire e continuare la sua missione.

Che il pittore decida di rappresentare le chiavi ha un grande significato: Pietro non è squalificato dall’amore di Cristo a causa del suo peccato. Nessuno di noi lo è, a patto che accettiamo il dono della misericordia: grazie ad essa e nonostante il tradimento, quello stesso Pietro che aveva finto di non conoscere Gesù potrà avere le chiavi del Regno e Gesù risorto chiederà di vegliare sui suoi agnelli a quel discepolo che non aveva saputo vegliare una notte sola al Getsemani. Il nocciolo è tutto in quel pianto, nel pentimento che restituisce l’innocenza.

Non solo, la misericordia non è solo il perdono di Cristo: la misericordia è anche il gallo che ha cantato per Pietro, per avvisarlo del suo peccato, per aiutarlo a ravvedersi e a tornare sulla retta via, per permettergli quel gorgo benedetto di lacrime.

Anche a te Pietro insegna a non rimanere con lo sguardo in basso a rimuginare sui tuoi limiti e peccati ma a guardare in alto, verso quel Dio che è padre e ti ama. «Orribili furon li peccati miei, ma la Bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei», Dante fa dire a Manfredi nella Divina Commedia.

Ti chiedo di fermarti per un istante per riflettere su come anche tu abbia bisogno della Sua misericordia che guarisce e sana ogni ferita.

Grazie per la tua gradita attenzione.

Alessio Fucile Storico dell’arte

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