Trasfigurazione di Tiziano, a cura di Alessio Fucile Storico dell’arte

Ti presento la «Trasfigurazione» di Tiziano, opera del 1560 custodita nella Chiesa di San Salvador a Venezia.

Poco prima del suo arresto, della sua passione e della sua morte, Gesù chiama a sé tre apostoli – Pietro, Giacomo e Giovanni – e li conduce «su un alto monte» che la tradizione ha identificato con il Monte Tabor in Galilea: fin dai tempi di Mosè, il monte è il luogo prediletto per il dialogo con Dio.

Lì Gesù si trasfigura davanti agli occhi dei discepoli.

Trasfigurazione di Tiziano, a cura di Alessio Fucile Storico dell’arte

“Trasfigurazione” significa per Gesù andare oltre la corporeità e oltre il visibile per manifestare e far trasparire la Gloria divina: la straordinaria opera del Tiziano mostra proprio l’istante in cui Gesù manifesta la luce della sua divinità mentre si rivolge al Padre, a cui è unito da una profonda tenerezza.

Gesù appare al centro ed è avvolto di luce; anzi, è lui stesso sorgente della luce che si sprigiona dal suo corpo e che illumina il buio circostante, immagine delle tenebre nel quale spesso l’uomo brancola senza sapere da che parte andare.

Marco racconta che le sue vesti divennero bianchissime: l’evangelista fatica a spiegare in termini umani ciò che i discepoli stanno guardando, dunque può solo dire che le vesti di Gesù divennero splendenti e che «nessun lavandaio sulla terra avrebbe potuto renderle così bianche».

Ai lati di Gesù, protesi verso di lui, si trovano Mosè ed Elia: il primo è il rappresentante della Legge antica ed è connotato dalle tavole del decalogo che ha tra le mani e dai raggi luminosi che gli circondano il capo, mentre il secondo è uno dei profeti più importanti. Simboleggiano l’attesa veterotestamentaria che trova finalmente compimento in Gesù.

I tre discepoli, scaraventati per terra da una forza ineguagliabile, si muovono tra fragilità e desiderio di vedere. Rappresentano, simbolicamente, le tre virtù teologali: Pietro che si vela gli occhi per sostenere la visione è immagine della fede; Giacomo che con la mano cerca riparo per il timore che prova indica la speranza; Giovanni, vestito di rosso e in ginocchio, simboleggia la carità.

Sono quelle virtù che ti possono aiutare a credere che quanto è accaduto sul Tabor accadrà anche per te: una vita che non finisce, un corpo che risplende, una relazione senza ostacoli.

Se Tiziano, grazie al suo talento, è riuscito a mostrare l’eterno che entra nel tempo e l’infinito nel finito, Gesù con la sua Trasfigurazione rimanda alla sorgente da cui deriviamo e al fine verso il quale, più o meno coscientemente, siamo incamminati: veniamo da Dio e andiamo verso Dio.

Gesù mostra così quello che sei e il tesoro che porti dentro: ogni giorno ciascuno fa esperienza dei propri limiti e delle proprie fragilità ma è altrettanto vero che tutti portiamo in noi l’immagine di Dio ed è questo che rende ognuno una creatura speciale, unica e straordinariamente amata.

L’episodio della Trasfigurazione, infatti, dimostra come la chiave per assistere alla gloria di Dio non sia la perfezione, ma la fede: secondo i Vangeli l’apostolo Pietro, assistendo alla scena, rimane stupito e senza parole, tanto che l’unica cosa che gli viene in mente è di offrirsi per costruire «tre capanne, una per te [Gesù], una per Mosè e una per Elia»: se le parole dell’apostolo seguono l’ordine delle figure che gli stanno davanti, allora Mosè è al centro, non Gesù.

Pietro è un po’ come noi, la sua fede non è perfetta: non ha ancora capito perfettamente chi Gesù sia, ha solo sprazzi di comprensione e per lui Mosè è ancora il più importante.

Ma la sua è comunque fede, tanto che offre le capanne, simbolo della peregrinazione di Israele nel deserto e dunque simbolo di un periodo in cui il popolo aveva confidato in Dio perché Egli lo guidasse alla Terra Promessa.

Secondo il racconto che Luca fa di questo episodio, Gesù discute con Mosè ed Elia riguardo al proprio esodo «che stava per compiersi a Gerusalemme»: Gesù è quindi il nuovo Mosè, simbolo di un nuovo esodo, portatore della nostra liberazione da ogni peccato e fragilità.

Infatti, alla fine, una nube avvolge Gesù, Mosè ed Elia e davanti ai tre discepoli rimane solo Gesù: una voce conferma che egli è «il Figlio amato», superiore ad Elia e superiore anche a Mosè, due figure che ora sono scomparse dalla vista degli apostoli.

Gesù è così confermato unico maestro e unico Messia, alla guida di un gruppo di uomini simili a noi, ognuno con le proprie fragilità e connotati da una fede e da una comprensione imperfette, ma sempre in crescita e degne – secondo Gesù – di assistere alla sua gloria.

Grazie per la tua attenzione.

Alessio Fucile Storico dell’arte

Previous post Brusaferro – Cristo e l’adultera – a cura di Alessio Fucile Storico dell’arte
Next post Resurrezione di Grünewald, a cura di Alessio Fucile Storico dell’arte