Raffaello – Pasce oves meas – a cura di Alessio Fucile Storico dell’arte

«Pasce oves meas» del 1514-15, Victoria and Albert Museum di Londra, nasce come cartone destinato ad essere modello per gli arazzi della Cappella Sistina.

Gli apostoli sono soltanto undici perché si è già consumato il tradimento e la conseguente morte di Giuda.

Ho ricordato la vocazione dei primi discepoli: giudicati secondo criteri umani erano ben poca cosa, legati ad una posizione sociale non troppo alta, pescatori che vivevano alla giornata lavorando anche di notte per provvedere al loro sostentamento.

Non erano nemmeno particolarmente colti, tanto da dover ricorrere spesso all’aiuto del Maestro: «Signore, spiegaci la parabola».

Allo stesso tempo sono ambiziosi e avidi di potere, nonostante le loro ristrettezze di vedute: più volte discutono su chi sarà il maggiore, pur vacillando ancora nella fede nonostante abbiano visto Gesù risuscitare morti, guarire ogni genere di malattia, moltiplicare il pane e i pesci, placare le tempeste, scacciare i demoni.

Solo Pietro, scelto come capo, sa rispondere con prontezza: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; ma a suo modo anche Pietro fa fatica, tanto da tenere testa a Gesù perché non si doni per la salvezza degli uomini e Gesù è costretto a richiamarlo: «Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Questi uomini di poca fede hanno anche saputo dimostrarsi vigliacchi: nel momento della prova fuggono tutti.

Questi sono i discepoli scelti dal Signore, uomini comuni, con difetti e debolezze; ciononostante, Gesù si fida di loro per farne dei pescatori di uomini.

Dio sceglie strumenti deboli perché appaia che l’opera è sua, come ricorda anche San Paolo: «Sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa».

Alla base di ogni grandezza c’è la consapevolezza della propria miseria, la certezza che solo una grande fede è speranza che sostiene e che porta a fare scelte coraggiose nonostante le fatiche di ogni giorno.

L’episodio rappresentato da Raffaello è narrato dall’evangelista Giovanni: l’apostolo si riconosce facilmente perché è il più giovane, rappresentato con le mani giunte e con un mantello rosso ad indicare la sua passione per Gesù.

Fa da sfondo un vasto e luminoso paesaggio, cadenzato da variazioni tonali all’allontanarsi dei piani.

Alla destra è visibile la barca da cui sono scesi gli apostoli, simbolo della Chiesa secondo l’iconografia tradizionale.

Pietro è l’unico inginocchiato davanti al Maestro e tiene in mano le chiavi, simbolo del potere che Gesù gli ha promesso quando ha fondato su di lui la Chiesa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.

Ti darò le chiavi del regno dei Cieli». Giovanni ricorda che Gesù si rivolge a Pietro e per tre volte gli chiede: «Simone di Giovanni, mi anni tu più di costoro?».

Potremmo anche tradurre: «Mi ami tu più di queste cose?».

Gli chiede un amore grande, totale, esclusivo. «Gli rispose Pietro: “sì, Signore, tu lo sai che io ti amo”». Mette l’accento sul «tu», a differenza di pochi giorni prima quando aveva messo l’accento sull’”io”: «Io darò la mia vita per te».

Adesso è diventato più cauto, dopo la triplice frana del rinnegamento.

E Gesù gli dice: «Pasci i miei agnelli». Gli stessi che Gesù indica, appena dietro: questi agnelli sono tutta l’umanità ed il loro pastore ha il compiuto di condurle, proteggerle e nutrirle.

Le tre domande servono a Pietro perché riconosca il suo errore e ritrovi la forza ed il coraggio che aveva perduto a causa del tradimento.

Pietro risponde: «Signore, tu sai tutto; tu lo sai che io ti amo!» Dichiarazione stupenda di amore che mette l’accento su Gesù.

La risposta di Pietro è bella perché mette l’accento su Gesù, ma forse in quel momento l’apostolo non sapeva cosa altro dire: era la terza volta che si sentiva rivolgere quella domanda, non voleva più deludere il suo Maestro e quindi decide di appellarsi alla conoscenza infinita di Cristo, che ben sa che Pietro lo ama.

Ma è anche bello pensare che Gesù non volesse sapere questa cosa da sé: prima di salire nella Gloria, voleva sentirsi dire che da Pietro era amato, perché Dio è signore di tutto ma mai si impone sul nostro cuore, che deve volontariamente aprirsi ad amarlo.

Allora Gesù fa tesoro anche dell’amore di un pescatore scontroso, ruvido e volubile. Cristo è rappresentato da Raffaello come solenne e bello: si vedono ancora i segni della passione nelle mani e nei piedi ma indossa un vestito bianco, simbolo della risurrezione.

Pietro, come gli altri apostoli, ha ricevuto il mandato di Gesù di nutrire, proteggere, guidare e soprattutto amare le anime redente da Cristo con il sangue della croce.

Raffaello – Pasce oves meas – a cura di Alessio Fucile Storico dell’arte

ALESSIO FUCILE Storico dell’arte

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